Un monito d'Amore



Un monito d'amore ...  
ispirato a Luca 24,3-35
l'affresco di Mario Bogani nella chiesa di San Giovanni Bosco a Caversaccio
1989 - 2019

L'abside della chiesa di San Giovanni Bosco in Valmorea è completamente ricoperta da un dipinto che campeggia per dimensioni: colpisce ed attrae l'attenzione del visitatore come del credente.



Lo sguardo, già salendo la scalinata esterna, porta ad intravedere Gesù che spezza il pane e poi piano piano entrano nella visione i due discepoli seduti di sbieco con un volto appena intellegibile che esprime stupore, sembrano gemelli con gli abiti da lavoro, due carpentieri che hanno fatto pausa.
I discepoli, proprio perchè poco riconoscibili, rimandano a noi che guardandoli siamo nella stessa posizione e il nostro sguardo seguendo il loro si concentra su Gesù che spezza il pane poco prima di scomparire. Le mani dei discepoli sono appoggiate sul tavolo come se stessero per alzarsi.
C'è contemplazione, ma nello stesso tempo, dinamicità, il mistero che si dipana e spinge all'azione.
"Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le scritture ?". E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme.
Questi discepoli siamo noi che dopo aver incontrato il Cristo Eucaristia siamo chiamati ad alzarci e diffondere nel mondo la buona notizia come hanno fatto i discepoli di Emmaus.



Il dipinto è infatti incentrato su di loro nell'attimo in cui entrano in casa dopo il lungo discorso con Gesù che è sotteso ed esplicitato simbolicamente nel dipinto sui lati dell'abside.
L'originalità di quest'opera è che non si accontenta di raccontarci l'episodio in modo suggestivo e contemplativo, ma vuole esprimere il significato profondo (la Teologia) di quello che vediamo: il potere trasformante e rigenerante dell'Eucaristia.

A sinistra, con tinte scure, viene presentato un mondo violento, sofferente, inquinato, in preda all'egoismo e alla disperazione, volti anonimi. E' la morte che i due discepoli portano nel cuore.



Sulla destra tutto cambia: luminosità, persone serene dove esiste la sofferenza, il disabile sulla carozzina, il malato scheletrico in Africa, ma queste realtà sono illuminate dalla presenza amorevole di qualcuno che si prenda cura di loro, non più visi anonimi, ma Padre Ambrosoli, don Todeschini col progetto della nuova chiesa, don Bosco in mezzo ai ragazzi che gioca e per ultimo è stato inserito don Renzo Beretta sempre con la sua bibbia in mano, sorridente, l'uomo della Parola e della Carità.



Questa immagine sembra suggerire che la Chiesa di mattoni che don Todeschini ha costruito può stare in piedi solo se sostenuta dall'Eucaristia e dalla Parola che i discepoli sperimentano dopo aver incontrato Cristo Risorto.
La luce che illumina questo lato della parete viene dal sole che è sopra Cristo, viene dall'Eucaristia che ha il potere di trasformare il mondo, la società da violenta a pacifica. Ha la capacità di trasformare le relazioni, dal possesso e la rapina all'amore e alla donazione nella comunione fraterna.

Ecco il senso del mistero che si celebra sull'altare ogni giorno e che l'episodio dei discepoli di Emmaus vuole raccontarci secondo l'intuizione e la sensibilità di Mario Bogani.
Il mondo di sinistra è quello che lasciamo fuori quando entriamo in chiesa, il mondo di destra è quello che dobbiamo costruire quando lasciamo la chiesa e i testimoni raffigurati ci garantiscono che è possibile.

Infine il Tabernacolo, che non fa parte del dipinto, ma che è collocato nel mezzo sotto la grande mensa, raffigurata come un tronco d'albero dalle radici ben radicate nella terra, completa l'opera.
L'Eucaristia rappresentata sopra diventa reale lì dove viene conservata ed adorata.

Don Tiziano Raffaini



... realtà illuminate dalla presenza amorevole di qualcuno che si prende cura di loro, Padre Ambrosoli, don Bosco, don Todeschini e dietro di lui don Renzo Beretta ...





... un mondo violento, sofferente, inquinato, in preda all'egoismo e alla disperazione, volti anonimi. E' la morte che i due discepoli portano nel cuore ...




Don Renzo Scapolo e il dipinto ....

Ci piace immaginare che il Maestro Bogani abbia riassunto la vita di don Renzo Scapolo nel dipinto da lui voluto dell’abside della chiesa di Caversaccio.

Non è possibile inquadrare la vita di don Renzo in una sorta di paradigma, come non ci sembra opportuno nemmeno mitizzarlo. E’ stato un uomo-prete libero.
Seguiva il metodo latino-americano del vedere-giudicare-agire, imparato in Argentina durante la sua missione fidei donum. Vedeva di persona, non per sentito dire; giudicava sulla base del Vangelo ma poi si buttava immeditamente nel fare. Tutta la sua vita potrebbe essere riassunta nelle due parole: COMUNIONE FRATERNA:

Comunione non solo di persone in carne ed ossa  ma anche dei loro beni,  soldi compresi (che definiva ‘beni invisibili’ creati da Dio come si recita nel Credo)  indipendentemente dalle loro convinzioni religiose, politiche, culturali. Si potrebbe dire che riusciva a monetizzare il messaggio evangelico: lo traduceva in tempo e soldi da destinare alle opere di carità, riuscendo a convertire “mammona” in bene. Uno dei suoi mantra era Zaccheo (noi occidentali) che restituì quattro volte quanto aveva rubato ai poveri (i bisognosi di tutti i continenti, compreso l’Europa, l’Italia e le nostre comunità). Invitava tutti ad un sano strabismo cristiano: un occhio ai vicini ed un occhio ai lontani, senza un prima e un dopo… ma semplicemente con una pronta risposta ai bisogni.

Fraterna nel senso letterale del termine. Si comportava da fratello con tutti senza distinzione, ribaltando però le gerarchie: prima i bisognosi, gli ultimi, poi gli amici, i famigliari, i collaboratori parrocchiali, i  suoi confratelli e infine le autorità, Vescovo compreso. Condivideva tutto con tutti, anche con coloro che lo fregavano. Non chiudeva  la canonica e la chiesa, ma le spalancava e montava lucchetti per tenerle aperte giorno e notte. Non contabilizzava neppure le offerte  in tempo e denaro, convinto che la carità - la misericordia - non ha limiti. Non teneva nulla per sé e, da bravo profeta, è morto povero.

Non testimoniava il Vangelo, ma ne era testimone di persona; altro suo mantra era l’obbedienza e la disponibilità della Madonna al progetto di Dio su di lei rispondendo “Eccomi” che don Renzo traduceva “ECCO ME”.

La dimostrazione concreta del suo agire, conclusosi con l’immane sostegno al popolo di Sarajevo mediante la sua Assocazione ‘Sprofondo’ sono stati gli innumerevoli progetti  da lui promossi e sostenuti:


1984:”CONDIVIDI IL TUO PANE”: Farina e pozzi per l’Etiopia (missionari comboniani). (104 milioni di vecchie lire di allora)
1985:”UMA VACA PARA O INDIO”: 200 mucche per gli indios dell’Amazzonia (missionari della Consolata).
1986:”PER IL BANGLADESH:SCUOLA E LAVORO”: sostegno alla scuola tecnica di Boyra e a cooperative artigianali (missionari saveriani).
1987: “CON I CONTADINI FILIPPINI PER LA GIUSTIZIA E LA PACE”: progetto di valorizzazione delle risorse e della cultura contadina locale (missionari PIME).
1988: “TUTTI SIAMO VERAMENTE RESPONSABILI”: progetto di Mons. Gerna (comboniano) e della petizione generale all’ONU per gli indios dell’Amazzonia.
1989: “PERCHE’ NESSUNO SIA STRANIERO”: sostegno all’Assocazione ARCO IRIS di Como per l’accoglienza degli stranieri.
1989: ASSISTENZA (vitto e alloggio) a circa 1.500 libanesi fuggiti dalla guerra, prevalentemente gestito nella Parrocchia di Caversaccio.
1990: ”PER IL TOGO: DIAMO UNA MANO ALLA VITA”: collaborazione con la CRI di Uggiate per la costrizione di un dispensario in Togo.
1991: “UN CAMION PER KALONGO” per l’ospedale di Kalongo di P. Ambrosoli ; Commercio lana e miele con e per l’Argentina (associazione ‘La santiaguena’).

Senza dimenticare i bisogni nostri indigeni: aiuti in Valtellina (frana del 1987), sostegno alle disabilità sul nostro territorio (cooperative Ancora, Agorà, Sim-patia).






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